Il nuovo Pebble Time non è un epic win (e vi spiego perché)

Ieri alle 15.50 è stata lanciata la campagna Kickstarter per il nuovo Pebble Time, l’evoluzione del primo Pebble, nato anch’esso da Kickstarter.

Per chi non segue la scena smartwatch e wearable, il Pebble è stato il primo smartwatch, finanziato appunto con una campagna di Kickstarter nella primavera del 2012 e rilasciato nel 2013: display in bianco e nero, incredibile durata della batteria (7 giorni), bluetooth, accelerometri e tutti i sensori per renderlo, all’epoca, un prodotto rivoluzionario. In più, un SDK a sorgente aperto che ha permesso il fiorire di un ecosistema di app e watch face (quadranti per l’ora) strabiliante.
Soprattutto, è arrivato per primo, mettendo i bastoni tra le ruote a Google, Apple, Samsung e compagnucci: una posizione di vantaggio che bene o male era necessario mantenere.

Se il 2015 è l’anno dei wearables, la marcia dei nuovi smartwatch capitanata da Apple Watch (seppure con la sua data di lancio ancora sconosciuta) ha fatto muovere per forza qualcosa in casa Pebble, che pur avendo rinnovato la linea lo scorso anno con Pebble Steel e un aggiornamento software per il fitness tracking, rischiava di restare schiacciato.

a361fd85680fccb17de65c13aa3e73bd_originalEcco quindi Pebble Time.
Lato hardware la miglioria più evidente è sicuramente il nuovo display e-paper a colori che consente di mantenere le strabilianti prestazioni della batteria assieme alle caratteristiche di leggibilità alla luce del sole e, appunto, ai colori.
Di seguito un nuovo (brutto) design per la cassa dello smartwatch, stondato nel fronte e curvo per adattarsi alla curvatura del polso, ed è stato ridotto del 20% lo spessore di tutto il blocco.
È stato aggiunto un microfono per poter dettare le risposte rapide ai messaggi.
Fine.

Già, lato hardware le migliorie sono tutte qui.

1.Withings_Activité_flagship_close-upNon entro nel merito del software, sebbene presenti qualche novità, perché quasi tutte le innovazioni potevano essere (e saranno) applicate al vecchio modello con un aggiornamento.
In primis, ma è gusto personale, la scarsa cura dell’estetica: il vecchio modello è – a mio avviso – più originale, con lo Steel hanno fatto un ottimo lavoro, e sebbene non pretenda lo stile del Withings Activité (che pure costa 450$) mi aspettavo una miglioria rispetto all’aspetto plasticoso e giocattoloso del primo Pebble, citando The Verge:

The design of the Pebble Time can best be described as playful: it almost looks like a Tamagotchi that you strap to your wrist. That feeling is enhanced by the 64-color display that looks more like a Game Boy Color screen than a modern smartphone display.

Tralasciando il mero aspetto estetico, comunque, quello che mi ha lasciato un po’ deluso è la mancanza di una reale innovazione nei sensori.
Gli smartwatch – e più in generale i wearable – si propongono con sempre più forza anche nel settore salutistico, offrendo al minimo il contapassi e la registrazione del sonno, e ultimamente stanno comparendo a prezzi abbordabili dispositivi evoluti con cardiofrequenzimetro 23/7 e GPS integrato come il Fitbit Surge, il Garmin VivoActive o il  Microsoft Band, bracciali che vengono spinti principalmente come activity tracker (quindi non come smartwatch) ma che di fatto supportano orario, notifiche e una più o meno estesa integrazione con lo smartphone.

Uno dei difetti più grossi di tali aggeggi IMHO è la necessità di avere sempre lo smartphone a portata di braccio per assolvere alle funzioni per cui si propongono; tuttavia dal mio punto di vista dovrebbero servire per liberarsi dalla schiavitù del telefono, rispondendo a quelle poche domande essenziali che ci fanno tenere sempre l’iPhone a portata di braccio: che ora è? chi mi sta chiamando/scrivendo? che musica voglio ascoltare? quanta strada ho fatto?
Proprio in questo punto Pebble Time rischia di appoggiare il piede sulla classica buccia di banana: quanto sarebbe costato integrare un chip GPS o un cardiofrequenzimetro?

11018540_821685074565913_50803594_nGiusto ieri mattina mi è arrivato il Fitbit Surge, che, seppure con i suoi difetti di gioventù e le limitazioni dovute all’essere un sistema chiuso (potete controllare le lamentele e le Feature Requests nell’area community di Fitbit), per 50€ in più rispetto al Pebble Time vi dà la possibilità di uscire per una corsa, una camminata o un’escursione tracciando il percorso con il GPS senza portarvi dietro il telefono – cosa tutt’altro che marginale viste le crescenti dimensioni degli smartphone – senza contare la possibilità, principalmente per i data geek come il sottoscritto, ma anche per chi ha problemi di cuore, di monitorare 23/7 l’andamento del battito cardiaco durante la giornata.
Mancano le notifiche configurabili (Surge notifica solo chiamate e messaggi), manca un SDK aperto che permetta di scrivere nuove watch face e di sfruttare a fondo l’hardware equipaggiato, mancano delle API complete, manca per ragioni politiche l’integrazione con iOS Health, a Surge manca un sacco di roba, è vero.
È anche vero però che è giovane, che per la maggior parte sono cose potenzialmente risolvibili via software e confido che Fitbit prima o poi capirà che è necessario aprire le porte – o ci penserà qualche smanettone.

In definitiva, nonostante il boom su Kickstarter (campagna finanziata completamente, 500.000$ in 25 minuti, al momento ha sfondato gli 8 milioni di dollari), credo che le innovazioni di Pebble Time rispetto al già ottimo modello precedente siano minime e rischino di far precipitare Pebble nel mare dei tanti Android Wear che ormai si producono un po’ dappertutto e che sicuramente riescono a spingere meglio nel mercato consumer (leggete questoquesto articolo usciti sul già citato The Verge stamattina).